L’apertura celestiale, l’eterna giovinezza e lo story telling.

L’apertura celestiale è il post che ho pubblicato il 14 gennaio sul mio blog mammesco.
Credo di aver postato immediatamente prima o in contemporanea allo spot con Fazio (che quindi non avevo ancora visto).
Ha avuto, ad oggi, più di 12mila visualizzazioni che sul mio blog piccolo piccolo corrispondono all’impatto con un mega asteroide, roba da far estinguere i dinosauri, insomma. Nel senso che il blog adesso potrei anche chiuderlo, non succederà mai più di azzeccare un argomento con tanto tempismo e che generi un traffico così. Potrei estinguermi.
Ho molto riflettuto sul perché sia andata in questo modo.
Ci interessano così tanto gli studi neurolinguistici sui bambini? Beh, questa è un’indicazione preziosissima per ogni blogger, anche per i super dilettanti come me.
C’è da mettersi a studiare all’istante se l’argomento genera un traffico di tale portata.
Ho cercato allora altre informazioni sull’apertura celestiale, per dare un follow up, informazioni più approfondite.
Non c’è molto, nello specifico.
Non ho trovato poi nessun riferimento a studi italiani sul tema, per esempio.
Magari perché tra i ricercatori non la chiamano apertura celestiale, avrà certamente un nome molto scientifico, poco amichevole e verrà declinata in mila pagine incomprensibili ai più.
Comunque, che tutto d’un tratto vogliamo avere notizie sul genio linguistico dei neonati mi è sembrato inverosimile.
Allora cosa?
Lo story telling.
Nello spot è particolarmente efficace e anche per una publivora brontolona come me trovare un difetto è difficile.
Nei 60 secondi dello spot nasciamo, cresciamo e invece di avviarci all’inevitabile declino rinasciamo di nuovo, grazie alla tecnologia.
Poichè noi che guardiamo lo spot non siamo più in età da apertura celestiale, ci ricordiamo bene solo i primi secondi dello spot, quello in cui Fazio ci spiega che alla nascita siamo in grado di capire e organizzare ogni lingua del mondo, facoltà che perdiamo con l’andar del tempo. L’affermazione è un’estrema sintesi degli studi di Patricia Kuhl, è lei che da anni studia questa capacità dei bebè.
In realtà ciò che si dice nei secondi successivi passa in secondo piano rispetto a questa prima rivelazione, ci rituffiamo nello spot solo sul finale, quando veniamo rassicurati dal fatto che la tecnologia supera tutti i limiti.
E’ questo. Ci piace tanto la storia delle infinite possibilità che abbiamo alla nascita e che andrebbero irrimediabilmente perdute senza tecnologia.
Se la stessa storia fosse stata raccontata al contrario probabilmente non avrebbe avuto lo stesso effetto.
Se avesse esordito con un “quando moriamo in età avanzata abbiamo pochissime possibilità di imparare cose nuove” e da lì fosse andata a ritroso fino all’apertura celestiale e alla tecnologia, noi avremmo capito poco e niente e soprattutto ci saremmo anche un tantino preoccupati di invecchiare male.
A nessuno sarebbe venuto in mente di cercare notizie sull’apertura celestiale e pochi si sarebbero posti la domanda se è vero o no che appena nati siamo proprio così potenti.
Invece la storia funziona.
C’era una volta un bebè con capacità infinite, ci sarà un adulto e anche un anziano che, grazie a connessioni potenti, riuscirà a fare (quasi) le stesse cose.
Il mito dell’eterna giovinezza finalmente ha la sua strada. Non pozioni, pillole, incantesimi, ma tecnologia. Quindi diventa concreto, non più leggenda.
E’ un messaggio potente e senza, al momento, il rischio di considerarlo ingannevole. Per quanto ne sappiamo potrà essere davvero così, potremo avere una seconda apertura celestiale, in versione techno.
Tutto nello spot poi parla di apertura,che è sinonimo di possibilità: dai panorami, alle esplosioni, i colori. Niente lascia presagire la (nostra)implosione finale. E’ tutto pieno di certezze speranzose per il futuro, ha un happy ending come non se ne vedevano da tempo.
Lo spot vive di vita propria, potrebbe non essere una pubblicità. Anzi, un po’ ti dispiace che su tanta bellezza, speranza e giovinezza venga messo un logo, alla fine. Perchè è l’elemento che ti riporta bruscamente con i piedi per terra. E’ come se alla fine de “Il piccolo principe” ci fosse la pubbicità della NASA che promette di portarti nello spazio a conoscere il principe e la rosa, una cosa così.
Insomma, il picco di curiosità sulle capacità linguistiche dei bambini in realtà è la ricerca di conferme alla favola che abbiamo appena sentito; è l’immediato “dopo” a una buona storia, quel qualcosa che ci lascia dentro.
Un effetto secondario che, in questo caso, è particolarmente intenso.
Ecco.
Non devo studiare neurolinguistica, ma story telling. Un sollievo.

PS. Mai davvero avrei immaginato di recensire uno spot 😉

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Meglio tempisti che puntuali

La diatriba è (quasi) sempre tra puntuali e ritardatari, tra la puntualità che è la virtù dei re e i ritardatari invece pensano che l’orario sia un’indicazione di massima.
L’organizzazione del tempo è importante.
Essere puntuali è educazione.
Essere sempre in ritardo non sempre suscita più carisma e sintomatico mistero, ma più facilmente fastidio, a meno che voi non siate la sposa e ad aspettare sia il vostro principe, ma questa è un’altra faccenda.
In ogni caso la puntualità e il ritardo sono niente rispetto al tempismo.
Se siete tempisti, potete anche arrivare in ritardo che niente, ma proprio niente potrà incrinare quell’aurea di successo e magnificenza che vi portate dietro.
Tempismo è, per definizione, agire nel momento più opportuno.
Ha a che fare con il ritmo insito nella vita e nei suoi eventi, nel seguirne l’andamento come un musicista e intuire così il momento giusto per agire.
Se avete quel tipo di orecchio musicale, non stonerete mai.
Sarete gli artisti del cogliere le occasioni, in tutti i campi.
Il tempismo è una dote che qualcuno ha innata, fortunato almeno come quelli che mangiano quello che vogliono e non ingrassano. Ve possino.
Qualcuno non sa ancora di cosa io stia parlando.
Altri ci provano, per lo meno hanno la consapevolezza che il tempo non è tutto uguale, è come se a volte aprisse delle porte ed è lì che bisogna entrare. Ma magari poi non hanno il colpo d’occhio o si distraggono un momento prima di quello giusto. Magari del treno che passa una volta sola vedono solo i fanalini di coda.
Mannaggia.
Mancare l’attimo ha a che fare con un paio di cose: la visione di sè stessi e una scarsa capacità a stare nel proprio tempo. Chi pensa di non essere tempista, spesso si sente sfortunato, al centro di cospirazioni planetarie e neppure un oroscopo con 5 stelle 5 riesce a smuovere questo tipo di sfiducia. Come conseguenza di ciò ha anche una percezione distorta del tempo: non è mai pronto, ha mille dubbi, chiede mille consigli, delega, cazzeggia anche un po’, prima di prendere una qualunque decisione. E l’attimo è andato. Insieme al treno, al tempista e tutte le cose belle interessanti che probabilmente erano oltre la porta aperta del tempo.
Che si fa?
Tranquilli. Si migliora, ci si allena, si diventa centometristi dell’occasione d’oro.
Prima di tutto si lavora su sè stessi, ci si mette in ordine, in un gran lavoro di decluttering: buttiamo via tutto ciò che non serve, distoglie e distorce. Lamentele, vittimismo, rimorsi, sentimentalismi, sguardi languidi e insistenti al passato. Noi vogliamo essere tempisti e quindi vogliamo essere qui e ora, ben piantati nel presente e con mente lucida. Predatori. Sensi all’erta. Nel caso eliminate anche latticini e glutine, che si sa, lo dicono tutti, che dopo ci si sente tanto più energici e precisi come lame nei ragionamenti.
Il mood generale, la concentrazione, devono essere sempre quelli che abbiamo nel nostro negozio preferito il primo giorno di saldi, tanto per intenderci.
Poi allarghiamo la visuale. vediamo l’intera città, non solo il palazzo di fronte.
Copiamo anche, da persone che stimiamo o che sembrano particolarmente fortunate, proviamo ad agire come loro.
Aumentiamo la nostra consapevolezza, che non vuol dire coltivare arroganza senza criterio, ma capire bene cosa vogliamo e cominciare a volerlo davvero. Davvero, davvero. Davvero.
Via anche i sentimentalismi. Quella cosa dell’ascolta il cuore non fa per noi. Non ci piacciono le emozioni artificiali, ci piacciono quelle vere, quelle che arrivano e che cogli con tempismo perfetto, appunto.
Agire con lucidità, prontezza, creatività, nel modo giusto e al momento perfetto.
Io la chiamo botta di fortuna, per essere bon ton.
E nonostante il senza glutine e senza lattosio, il qui e ora, le porte e le correnti, sono più incline al tempismo negativo, cioè a fare spesso la cosa giusta, ma nel momento sbagliato. Tipo pesarmi la sera prima di andare a dormire, per intenderci.
Ecco.
In che occasione, invece, siete stati davvero tempisti?

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Webrecruiting, il lavoro si trova sul web (forse).

Uh quanto tempo è passato. State bene?
Sono stata un bianconiglio in questi ultimi mesi, con un gran orologio in mano a dire sono in ritardo a chiunque.
Il problema è che non ero nel Paese delle Meraviglie, se proprio vogliamo sottilizzare.
Ho declinato il running a modo mio, è più simile a quello della gazzella nella savana e non fa neanche dimagrire, al limite rimedi una gastrite.
Tant’è.
La ragione di tanto affanno è che mi sono messa in testa, tra le altre mille cose, di capire meglio come funziona la ricerca di occupazione in questa nuova era di webrecruitment e internet cose. Ho raccolto alcune impressioni, spero possano esservi utili.

Linkedin – ci vivo da anni e non è mai successo niente di interessante, davvero. Sono collegata a tutti i colleghi, cosa di cui ignoro l’utilità e a un universo di clienti, conoscenze, influencers e via dicendo. Ho cambiato CV, presentazione, foto. Ho risposto, per amor di verifica, ad annunci che cercavano proprio me (stesso mestiere in realtà assimilabili), ma niente. Il silenzio più totale. Ho anche fatto l’upgrade alla versione Premium per meglio capire o ampliare le mie possibilità, risultati identici. Se linkedin funziona lo fa in gran segreto. Perchè chiunque abbia cercato lavoro lì mi riferisce di un nulla di fatto. E’ un mondo difficile quello di Linkedin, un po’rigido, parecchio formale.
Analizzando le informazioni raccolte sono giunta alla conclusione che sia una riserva di pesca: se cerchi lavoro sei un pesce e non c’è altro che tu possa fare se non nuotare. I pescatori sono gli HR o gli head hunter. Tu nuota e nuota, zitto e nuota. Che inviare messaggi di tua spotanea volontà serve a poco.

Facebook – chi vi rimprovera di passare troppo tempo a cazzeggiare su Facebook, evidentemente non sa che non state perdendo tempo, ma cercando attivamente il lavoro dei vostri sogni. E su Facebook, soprattutto se siete giovani e abbastanza abili con questi socialcosi, il lavoro lo trovate. O se non lo trovate vi sarete divertiti o comunque vi sarete amicati con tanta gente interessante e nessuna di queste due cose è da ritenere inutile. Tenete sottocontrollo le pagine delle aziende che vi interessano: prima di tutto è utilissimo per saperne di più, per entrare in azienda tipo visita guidata. Interagite sugli argomenti che vi interessano e attinenti a ciò che vi piacerebbe fare. E poi osate, inviate il cv.

Google+ – lo frequento meno, ma è tra gli astri nascenti del webrecruitment. Forse un pochino dispersivo e non sempre userfriendly. Se è un lavoro che state cercando ricordate di condividere sulla vostra pagina solo argomenti interessanti o che potrebbe leggere anche la mamma senza vergognarsi; mettete una foto profilo che vi rappresenti nel miglior modo possibile.

Twitter – a volte bastano 140 caratteri per attirare l’attenzione, soprattutto in certi ambiti come quello della comunicazione, ovvio. L’interazione è fondamentale. Non crucciatevi se avete pochi followers, meglio il follow di chi vi interessa davvero, che mille inutili. Qui è meglio avere un’identità ben definita, che è come mettersi un hashtag che vi trasporta nel flusso di notizie che vi interessano e verso le persone con cui entrare in contatto per trovare il vostro lavoro. Anche in questo caso il risultato è incerto, ma l’esperienza è interessante. Avrete senz’altro imparato l’arte della sintesi, per esempio.

Siti di reclutamento (tipo Monster, per intenderci) – vale quanto detto su Linkedin anche se sono generalmente meno formali e più facilmente si rivolgono a un target giovane. E’ comunque bene sapere che, secondo uno studio di Osservatorio Infojobs, il trend delle aziende che si affidano al reclutamento on line è in crescita e lo sarà anche per tutto il 2016. Datevi da fare, caricate CV e tutte le informazioni utili. Cercate il sito di recruitment che più si addice a ciò che state cercando, spesso più specifico è, meglio è.

Per tutti, tenete presente alcune regole (e segreti):
– Parole chiave: è fondamentale che rispondiate a un annuncio usando le stesse parole. Se stanno cercando un commerciale, non qualificatevi come sales specialist, usate proprio commerciale. Ha a che fare con gli algoritmi di ricerca e con il facilitare il lavoro di chi leggerà tutti i cv. Cercherà prima di tutto le parole.
– Acronimi: gli annunci sono zeppi di acronimi. Personalmente li trovo odiosi, ma si usano tantissimo, anche se non so bene come viene utilizzato il tempo risparmiato scrivendo HRS anzichè addetto alle risorse umane. Comunque, svelate il significato di ognuno prima di rispondere a un annuncio.
– Curriculum: è, a mio personale parere, uno strumento molto superato. Non c’è modo di scriverne uno che sia veramente, ma proprio, la bibbia di ciò che sapete fare. Ma tant’è, lo richiedono ancora. Abbiate pazienza e scrivetelo bene, senza barare, senza esagerare. La verità è un punto fondamentale, credetemi.
-Webreputation: proprio perchè la selezione si è spostata sul web è dal web che le aziende o gli head hunter vi conoscono. Fate voi, ma mantenete un buon profilo, in tutti i sensi.
– Non si può discriminare. Per legge. Non si può discriminare una persona per motivi politici, religiosi, di genere, età ecc. ecc. Bello eh? Non succede quasi mai. La maggior parte delle volte le aziende chiedono espressamente al reclutatore che i candidati abbiano determinati requisiti. Non ve lo diranno mai, non possono, ma è così. Diciamo che dai 45 anni in sù diventa difficile trovare nuova occupazione, soprattutto se si è donna e addirittura mamma. Se vi trovate in questa situazione, meglio tornare a metodi classici, come il network personale, la dritta di un conoscente, o valutare se è il caso di mettersi in proprio (non è da tutti, me ne rendo conto).
– Le cose anacronistiche: uno dei primi aspetti a venir valutati in un curriculum sono i buchi. Non le competenze, non gli studi fatti, ma se avete lavorato con continuità. Se avete buchi di mesi o anni, i nasi si arricciano e l’interesse svanisce. Sembra ci sia uno scollamento tra il mondo reale, fatto di varia precarietà lavorativa e il meraviglioso mondo delle risorse umane, in cui ogni cosa deve avere un ordine ben preciso.
Altra cosa del tutto fuori tempo è la mancanza di mobilità. Se hai lavorato come contabile per più di due anni, sarai sempre valutato per posizioni da contabile. Poco importa se sei un mago del webcontent, per dire, o hai altre competenze che non siano passate attraverso la validazione di un lavoro. Sei un contabile. E’ una questione di industrializzazione dei processi di selezione: nessuno ha il tempo di valutare la persona, ci si limita alle competenze e quelle acquisite, agite e retibuite per più tempo, vincono. Lo so, non è ggggiusto.

Voi avete trovato lavoro via web? Raccontatemi com’è andata, dai, sarà utile a molti :)

PS. Il mio lavoro è molto attinente a ciò che vi ho raccontato. Insomma, sono un insider (non ditelo in giro) 😉

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World vegan day: il menù semplicissimo da provare.

Domenica sarà il World Vegan Day.
Probabilmente quest’anno, dopo la bomba lanciata dall’OMS a inizio settimana, passerà meno inosservato. Cosa che un po’ mi preoccupa, potrebbe essere l’occasione istituzionale per ribadire che i vegani sono strambi, fanatici, anacronistici, ricchi, matti, malati, lobby, asociali, manipolatori ed è tutta colpa loro se adesso si dice in giro che il salame fa male e la salsiccia alla griglia è assassina.
E’ strano come il cibo susciti sentimenti intolleranti, giudizi netti, prese di posizione che neppure l’integralismo religioso. Ancora più bizzarro che si liquidi la cucina vegana come complicata, dagli ingredienti misteriosi e beata te che hai tutto quel tempo lì per cucinare, se lavori non è che puoi star a pensare a cosa mangi. Che nel tempo anche i vegani ci abbiamo messo del loro per creare questa situazione è indubbio, allora forse è arrivato il momento di deporre le armi, prendere coltello e forchetta e sedersi tutti intorno a un tavolo ben apparecchiato che di domenica è così che si fa, come da tradizione.
Questa domenica provate a mangiare vegan. Magari non tutto il giorno, anche solo un pasto, così per curiosità.
Al menù ci penso io. Senza ingredienti “strani”, con sapori noti e semplicissimo da preparare. Buon appetito :)

Menù vegan semplicissimo
Patè di fagioli borlotti su crostini di pane integrale.
Pasta con pomodorini freschi, basilico e olive taggiasche.
Verdure grigliate in carpione.
Torta rustica di mele.

Patè di fagioli borlotti
½ kg di fagioli borlotti lessati
2 rametti di rosmarino
2 cucchiai di olio Extravergine di oliva (evo)
sale aromatico alle erbe
Se piace: 2 spicchi d’aglio interi.
Tritate finemente gli aghi di rosmarino, metteteli in una pentola con l’olio (l’aglio se volete) e fate rosolare insieme ai fagioli ben scolati. Aggiungete il sale aromatico e fate insaporire per alcuni minuti a fiamma media. Spegnete il fuoco e lasciate intiepidire. Con un frullatore a immersione riducete il tutto in patè, aggiungendo, se necessario, alcuni cucchiai d’acqua o di olio.
Versate il composto in una teglia da plumcake unta con un filo d’olio, lasciate riposare il tutto in frigo per alcune ore. Prima di servirlo, sformatelo dalla pirofila, disponendolo su un piatto di portata. Si accompagna bene con crostini di pane tostato integrale o multi cereali.

Sugo di pomodorini freschi, basilico e olive taggiasche.
15 pomodorini ben maturi
½ cipolla rossa di tropea (meglio se fresca)
qualche foglia di basilico
olive taggiasche, olio evo.
Tagliate a velo la cipolla e fatela appassire con l’olio in padella.
Tagliate a metà i pomodorini e fateli rosolare nell’olio e cipolla prima di aggiungere mezzo bicchiere d’acqua.
Tritate il basilico, snocciolate le olive e aggiungetele ai pomodori in cottura.
Aggiustare di sale e portare il condimento alla consistenza desiderata.
Scolate la pasta al dente e salta tela in padella con il condimento, aggiustando d’olio se necessario.
E’ adatto a tutti i tipi di pasta, è bene ricordare comunque che la cucina vegana predilige le farine integrali o di Kamut. Ottimo condimento per la pasta senza glutine di grano saraceno, scurissima e buonissima.

Verdure grigliate in carpione.
2 zucchine
2 melanzane
insalata belga o altra verdura a piacere
Olio, aceto di mele, erbe aromatiche, cipollotti freschi
Lavate bene le verdure. Tagliate le zucchine a fette sottili e verticali, le melanzane a dischetti sottili e dividete le foglie dell’insalata.
Salate le melanzane e lasciatele riposare almeno mezz’ora affinchè perdano l’acqua di vegetazione (amarognola).
Intanto preparate il carpione, affettando finemente i cipollotti, quindi mettendoli in abbondante aceto, olio, sale e erbe aromatiche (salvia, rosmarino, alloro). Lasciate riposare la salsa affinchè si insaporisca, quindi portatela a ebollizione in un pentolino e lasciate raffreddare.
Grigliate sulla piastra le verdure.
Una variante più saporita, ma decisamente meno leggera, è friggere le verdure, infarinandole prima.
Quando le verdure sono pronte, grigliate o fritte, disponetele su un piatto di portata e irroratele con la marinata fredda. Lasciate riposare almeno un’ora prima di servire.

Torta rustica di mele.
300gr di farine varie: 150 gr di bianca, 100gr di farina integrale, 50gr di farina di riso.
120 gr di zucchero grezzo di canna
1 bustina di lievito per dolci
latte di soia qb o acqua
2 cucchiai di olio di semi o una noce di margarina
la buccia e il succo di 1 limone
2 grosse mele
cannella
Lavate, sbucciate e affettate finemente le mele, quindi mettetele in una terrina con il succo del limone, una generosa spolverata di cannella e parte dello zucchero.
In un recipiente ampio mischiate le farine con il lievito, il resto dello zucchero, la buccia grattugiata del limone. Aggiungete l’olio (meglio) o la margarina, quindi il latte di soia o l’acqua, fino ad ottenere un composto denso, ma non troppo compatto. Incorporate le mele con tutto il succo, mischiate bene e versate il composto in una teglia da torta foderata con la carta forno o leggermente unta d’olio. Infornate a 180° per circa 25 minuti o comunque fino a quando la torta sarà ben dorata. Servire a temperatura ambiente, con una spolverata di cannella e zucchero al velo.
Questa è la base di tutte le torte casalinghe. Provatela con le pere e il cacao al posto di mele e cannella, per esempio.

Vino consigliato: bianco secco, morbido e aromatico.

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Crueltyfreechic?

Ah ecco.
E così sembrerebbe che la carne, soprattutto quella lavorata e alla brace, faccia male.
Ma mica male un po’. Male tanto.
Ma come? E me lo dici adesso, dopo decenni di fast food, secoli di salumerie, anni e anni di grigliate con gli amici?
L’OMS ha pubblicato il suo report proprio oggi, dicendo che ci sono prove che correlano il consumo ecessivo di carne con il cancro al colon, soprattutto.
La notizia sta rimbalzando da un sito all’altro, innondata di commenti, dubbi, maffigurati, magariperò.
Da vegana dovrei essere qui a fare la ola.
Da abitante di questo pianeta invece mi vengono un sacco di dubbi.
Come hai fatto a capire che certe malattie arrivano sottobraccio al wurstel? E se invece fosse la senape con cui l’accompagni sempre o l’aria viziata di certi fastfood o trattorie con il gnocco fritto? Voglio dire, non è che di solito mangi in una camera iperbarica, possono intervenire tantissime variabili, no?
Comunque, l’alert sembra serissimo.
E anche vaghissimo.
Perchè non dice quanta carne è pericolosa.
Tipo: Un panino al salame è come fumarsi un pacchetto di sigarette? O è mangiare un maiale intero che da qualche effetto collaterale? Mah.
Nell’articolo si dice che due fette di bacon al giorno, per esempio, aumentano sensibilmente la possibilità di ammalarsi. Poi, poco oltre, che mezzo kg a settimana di carne potrebbe essere la quantità save, ma limitando al minimo la carne lavorata (salumi, per esempio).
AriMah.
Mi viene anche un altro dubbio. Questi alert valgono per tutti o bisogna fare dei distinguo?
Serve a qualcosa, per esempio, sapere come l’animale è stato allevato, dove è stato macellato e lavorato, o è proprio la carne in sè che è potenzialmente pericolosa?
Insomma, ci vorrebbe maggior chiarezza.
Per non allarmare, che è sempre buona regola.
Ma anche per evitare che mangiare vegetariano/vegano diventi una moda e non una scelta.
Perchè è questo che sta succedendo.
Sta diventando l’epoca del crueltyfreechic, evoluzione, credo, del radicalchich e involuzione di certe scelte forti che molti hanno fatto in tempi non sospetti.
Il che non sarebbe poi così grave di per sè, se non fosse che, come tutte le mode, poi si porta dietro business. E anche su questo non ci sarebbe molto da ridire, anzi.
Solo che Business, a sua volta, si porta dietro produzione industriale di alimenti che sarebbe meglio mangiare integrali, interi, non lavorati. Ma poi li trovi già pronti e allora sai, non è che ogni giorno ho tempo di pulirmi un kg di spinaci o di andare a cercare la farina macinata a pietra e insomma dai, è comodo.
Solo che Comodo si porta dietro non scelta, ritorni a non pensare più a cosa veramente stai mangiando e da lì ad avere una dieta poco sana è un attimo.
Alla fiera dell’est per due soldi…
Da vegana non modaiola vi dico che è una scelta scomoda e come moda poco sostenibile sul lungo periodo.
Vagherete affamati per molti luoghi, non sono ancora molti i ristoranti che offrono scelte vegan soprattutto fuori dalle grandi città. O più banalmente su un treno, per dire.
Gli amici non vi inviteranno più, perchè non sanno cosa preparare.
Vi chiederanno infinite volte se siete proprio convinti.
Vi ricorderanno, addentando un panino al culatello “Ah già tu non puoi” e vi stancherete presto di spiegare che non volete, nessuna setta vi ha posto divieti inderogabili, l’avete scelto voi, in tutta serenità.
Vi daranno degli incoerenti per la borsa in pelle o le scarpe e si aspetteranno che vi vestiate solo in cotone o lino, tutto l’anno, con ai piedi pezze.
Vi vorrebbero testimonial della collezione Derelict (vi ricordate Zoolander?), altro che fashionist.
Ci vuole una convizione forte di fondo e parecchia libertà di pensiero.
Come per tutte le cose, no? 😉

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Da lunedì dieta. Sì, ma quale?

Per festeggiare i miei primi due anni vegani, quest’estate ho studiato un po’.
Libri sull’alimentazione, naturalmente.
Vuoi che ogni tanto mi prende la voglia di costata alla brace, vuoi che poi ci ripenso e il solo ricordo del sapore di carne non mi piace più, vuoi perchè aver eliminato gli alimenti di origine animale mi ha regalato un nuovo punto di vista sul mondo, ma anche nostalgie alimentari che prima non conoscevo, ho pensato di dedicare un po’ di tempo a capire meglio il cibo.
Senza particolari necessità o urgenze. Il peso forma probabilmente non l’avrò mai, non ho riscontrato miracoli, tipo la sparizione di rughe e cellulite, grazie a un uso diverso del cibo e alla sana dipendenza dalla curcuma. Con spirito acritico, quindi, ho raccolto qualche informazione sulla varie diete (quelle proposte da medici e studiosi) ho riletto the China Study, ho gironzolato per il web e le librerie leggendo tutto ciò che riuscivo a trovare.
Il risultato mi ha sorpreso.
Anche partendo da posizioni e convinzioni opposte, ci sono diversi fattori comuni.
Probabilmente i segreti della dieta perfetta.
Magari casi.
Forse mode.
Oppure verità. Anche se la mia propensione alla Verità è poca.
Comunque, ecco ciò che ho scoperto 😉
Le varie teorie alimentari che si allontanano dalla dieta mediterranea, punto di partenza e riferimento di ogni regime alimentare, dicono che:
– La regola delle regole e avercela una regola.
– Il cibo usato correttamente ci fa benissimo. Imparare a pensare al cibo come alla prima medicina è fondamentale, amarlo e usarlo, anzichè abbuffarci senza criterio, è una pratica saggia, utile e molto, molto cool.
– Latte e derivati fanno male. Senza ma e senza se, e addio taleggio.
– Il glutine, la componente proteica contenuta in diversi cereali, fa male. Non solo a chi soffre di celiachia, ma fa male in generale. Come per il latte pare che non siamo del tutto attrezzati per digerirla e elaborarla in modo soddisfacente. Sì, come certi tomi che abbiamo studiato a scuola e che ancora ci stanno lì, senza mai davvero averli mandati giù. Addio seitan e per un vegano ciò rasenta la tragedia, l’oblio e la fame.
– Lo zucchero raffinato fa male. E con lui gli zuccheri derivanti da varie raffinazioni, quindi anche quelli contenuti nelle farine bianche (che tra l’altro hanno anche il glutine quindi sono il male).
– Il sale non fa benissimo. Se ne può usare poco poco, a differenza degli alimenti elencati sopra che andrebbero invece proprio eliminati.
– La buona notizia è che frutta e verdura fanno, generalmente, sempre bene.
– Bere dai 2 ai 3 litri d’acqua al giorno è un altro consiglio messo a fattor comune, così come bere abitualmente tea verde deteinato, infusi allo zenzero, il latte d’oro, un bicchiere di vino rosso.
– Scegliere cibi integrali quindi poco trasformati, lavorati, sbucciati e coccolati è un’altra buona regola comune.
– Evitare il più possibile cibi confezionati, piatti pronti, quelli che hanno lunghissime liste ingredienti e i cibi inutili, quelli cioè dalle troppe calorie e poche proprietà.
– Ogni dieta è la migliore possibile, la più scientifica, quella dai poteri straordinari. Questo tratto comune è il più vanesio, ma era giusto sottolinearlo.

Seguendo queste regole comuni ai vari regimi alimentari, probabilmente stiamo davvero mangiando bene.
Poi si può decidere di seguirne uno in particolare e qui il consiglio è di non conforntarne troppi, altrimenti è il caos. C’è chi indica nei legumi la fonte principe di proteine vegetali, chi invece li addita come nocivi. Chi pone al carne al centro della dieta, chi se ne allontana in modo netto. Pesce sì/no/ni regolandosi nel senso; frutta a tratti, verdure alcune sì altre no, forse. Dare retta a tutti porta alla schizofrenia, al sovrappeso e anche a una voglia insopprimibile di millefoglie alla crema.
Scegliete il modo di mangiare che più vi piace e adottatelo per un periodo sensibile di tempo, che è più di una settimana. Poi considerate i risultati e se siete contenti proseguite.
Il cibo è anche felicità e medicina dell’anima.
Se mangiate cose che vi rendono tristi c’è qualcosa che non va 😉

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E la taglia dei manichini?

Teniamo duro, manca poco. Alla fine del mantra ossessivo “prova costume prova costume”, a breve quasi tutti ce lo saremo infilato, contenti o meno, e ci saremo spiaggiati da qualche parte.
Con o senza maniglie dell’amore, dimentichi di diete detox, di esercizi tonificanti, di smoothie miracolosi e ci godremo semplicemente l’attimo. Di vacanza.
Sentite già sollievo anche voi, vero? Sentite come il respiro si fa più calmo, i pensieri luminosi e il mondo sembra un posto migliore? E’ l’effetto vacanza, quello che non ha nessun tipo di collegamento logico con i kg di troppo, i muscoli non tonici, il make up imperfetto e qualunque altra ansia da prestazione che fin qui, più o meno da marzo, ci è stata insinuata.
Relax, su tutti i fronti. Armistizio, tra noi e il nostro corpo bistrattato, trattato di pace tra il gelato e noi, non belligeranza fino a settembre.
Più tempo per ragionare anche, su come siamo e su ciò che effettivamente da noi, dal nostro corpo, possiamo pretendere.
A mente sgombra e piedi in ammollo, sarete ancora convinti che perdere 4 taglie sia elisir di felicità? E se fosse tutto il resto a cambiare, invece?
Mi è piaciuta un sacco la notizia che in questi giorni rimbalza nel web.
Una ragazza inglese qualche giorno fa si è recata nel suo negozio preferito per comprare un paio di jeans.
Sarà che magari non era già di buon umore, sarà che le giornate ipercritiche capitano a tutti o sarà che a un certo punto davvero ci si rompe un po’ di doversi sempre misurare con modelli immaginari, ma Laura dal negozio è uscita a mani vuote e poi ha scritto via FB a Topshop, perchè proprio aveva da tirare fuori il rospo
“Caro TS, ieri è stato giorno di paga e volevo viziarmi un po’ con un paio dei miei amatissimi jamie jeans” inizia così, e allora cos’è andato storto?
“quel vostro manichino così magro è francamente ridicolo. Noi nasciamo di tutte le forme e taglie e non c’è assolutamente nulla di sbagliato in tutto ciò (…) quindi adesso mi devi spiegare caro TS, perchè il tuo manichino è in taglia 6 (più o meno la nostra 36, ndr) e forse neppure quella, che standard suggerisci alle teens che entrano da te? Sarebbe ora che ti prendessi la responsabilità dell’influenza che hai sulle donne e ragazzine e le aiutassi a sentirsi bene con se stesse invece di imporre standard ridicoli (…) ” La lettera è lunga, appassionata e, onestamente, molto giusta.
Io l’ho trovata anche qui se vi va di leggerla tutta: http://www.deejay.it/news/il-manichino-e-ridicolo-la-cliente-infastidita-si-scaglia-contro-topshop-e-il-negozio-risponde/442525/?ref=fbpj
Siamo in balia di manichini scheletrici e foto ritoccate, di diete e movimenti aggueritissimi anti maniglie dell’amore.
La notizia mi ha ricordato molto le critiche, tantissime, al claim di una marca di integratori, sempre inglese, che chiedeva se avevamo il corpo pronto per la spiaggia.
Apriti cielo, gli inglesi si erano davvero indignati, sostenendo che al massimo era la spiaggia a dover essere pronta per loro e di finirla con tutti questi modelli impossibili e fuorvianti.
Mi piacciono gli inglesi, apprezzo il senso pratico.
E mi resta una curiosità: avete mai protestato per un modello imposto?

Buone vacanze, trattevi (sempre) bene :)

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Caldo positivo.

E’ dall’inizio di luglio che mi lamento per il caldo.
Non ho memoria di così tanti giorni consecutivi di afa e temperature alte, difficili da sopportare.
Questo per dirvi che sono con voi e che con voi lotto, anche contro le zanzare che sembrano invece apprezzare grandemente la situazione meteo e le mie gambe (cosa che non mi lusinga).
Però.
Come ogni cosa.
Se continuiamo a dire che caldo, non ce la faccio più, è insopportabile, non so più cosa togliermi e guarda ormai vivo solo attaccata al condizionatore, la situazione peggiora. E’ tipo le profezie autoavveranti, che a furia di dire cose negative poi queste si avverano e allora sì che non va bene per niente.
Quindi, concentriamoci.
Troviamo i lati positivi di questo caldo anomalo.

E’ un’estate che assomiglia a un’estate. Non un estunno e neppure eterna primavera. Vi ricordate l’estate scorsa, piovosa, fresca e poco estiva? Non eravamo contenti per niente, perchè l’estate deve fare l’estate. Ecco. Capite le profezie autoavveranti?
Si mangia meno e si mangia anche meglio. Il caldo chiama frutta e verdura, difficilmente lasagna o millefoglie alla crema. Il caldo va a tutto vantaggio della linea, quindi.
Sicuramente beviamo molta acqua. Non c’è bisogno di ricordarsi di bere almeno 8 bicchieri, ma solo di procurarsi acqua a sufficienza.
Finalmente, in ufficio, si è tutti perfettamente d’accordo che l’aria condizionata va tenuta accesa. Fine delle discussioni, resa incondizionata di tutte le colleghe freddolose e dei colleghi con cervicale. Si va d’amore e d’accordo, in un clima fresco, uniti contro l’afa feroce che ci aspetta là fuori.
Siamo tutti più informali. Sarà per lo sdoganamento definitivo dell’infradito e sandalo minimal anche in ufficio; dell’abbandono della giacca e cravatta (a parte qualche irriducibile); per quella faccia un po’ così, forse squagliata, che abbiamo noi che da quasi un mese viviamo vicino ai 40 gradi e ci muoviamo in un’aria liquida di afa. Siamo, in generale, più easy nei confronti degli altri e più tolleranti su certi outfit da spiaggia sfoggiati anche in città.
Abbiamo meno impegni. Perchè se non è assolutamente necessario, non andiamo da nessuna parte.
Abbiamo una ragione oggettiva per non: stirare, cucinare, fare sport impegnativi. Il che apre nuove possibilità, tipo imparare a preparare piatti crudisti, fare del no-ironing uno stile di vita e godersi, senza rimorsi, il ronzio del ventilatore magari in poltrona, con un buon libro.
Only the braves, ma se vi avventurate per saldi in questi giorni troverete meno gente e quindi più occasioni.
Di notte si dorme con le finestre aperte, ci si sveglia prima. Vedo l’alba ogni mattina e ha colori bellissimi, silenzio, aria respirabile.
Ci si sforza di trovare i lati positivi in situazione avversa. Cosa che andrebbe fatta più spesso. giusto? 😉

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False fortune.

Sabato, ora di pranzo.
Caldo che non vi sto a dire, tanto sarà del tutto simile a quello che sentite anche voi.
Cammino, soprapensiero come sempre, in un viale assolato e rovente.
Sto pensando, tra le altre cose, che la metro è lontana, che ho sete, che sono contenta dei miei acquisti, al periodo un po’ così, ma poi vedrai che tutto si aggiusta.
In direzione opposta alla mia procede un uomo, lo direi zingaro o non direi niente, che tanto stavo proprio pensando ad altro e solitamente mi soffermo poco a valutare le persone che incrocio.
Lo vedo chinarsi, poco prima di superarlo, e raccogliere da terra qualcosa, che lui si ferma a valutare, con lo sguardo smarrito che poi alza su di me come a chiedermi qualcosa.
Ha raccolto da terra un grosso anello, sembra una fede nuziale, ma di quelle spesse.
Mentre lo supero incrocio il suo sguardo, tra me e me penso “che culo, bello l’anello”, ma è proprio un attimo che ho la sete a cui pensare e anche una gran voglia di essere già a casa a rinfrescarmi.
Lo sguardo però, interrogativo, sorpreso e un po’ perso, mi ha colpito. Così mi giro velocemente verso di lui.
“Guarda – mi dice mostrandomi l’anello – ho trovato questo”
“Beh, è bello. Ciao” e faccio per andarmene
“Lo vuoi tu?” mi chiede quasi triste
“Ma no”
“Credo sia d’oro- insiste – dentro c’è scritto 18K”
“Uhm” e intanto mi mostra l’anello e indica una microscopica incisione all’interno. Io ovviamente non leggo niente, che con l’età la vista, signora mia.
“Tienilo tu – insiste – io non ho neppure una fidanzata a cui darlo. Provalo, tienilo tu” ha un tono di voce triste, come se più che offrirmi qualcosa, mi stesse confidando la sua solitudine, il suo essere ai margini di se stesso e di questa città assolata.
Io non avrei voglia di dargli retta, siamo io e lui in mezzo al viale, passano solo macchine, veloci, indifferenti. Finiamola in fretta, penso. Prendo l’anello, lo provo, guardo l’uomo che mi dice, sempre con quel tono malinconico “A te porterà una gran fortuna, le cose trovate portano sempre fortuna e quelle regalate pure”.
“Ok, va bene – taglio corto – lo tengo io” ma un po’ mi sento in colpa: se fosse d’oro lui potrebbe venderlo e mangiarci per un po’, mentre per me cambia niente. E poi, se fosse d’oro qualcuno magari lo sta cercando, ci sarà qualcuno dispiaciutissimo per la perdita; magari ci sarà una lite in casa che mica si perdono le fedi così, come fossero scontrini che volano via dalla borsa e volteggiano altrove. Guardo meglio l’anello, per vedere (si fa per dire) se ci sono altre incisioni, magari un nome, una data, un qualcosa che racconti qualcosa, che mi dica da dove viene. In fondo siamo anche in un viale elegante, di palazzi antichi e cancelli alti, di ferribattuti, portinerie, ottoni, balconi fioriti. Magari è un anello che abita da quelle parti e io lo sto portando via, solo perchè ho un gran caldo e non ho voglia di pensare ad altro se non ad acqua fresca, ombra e togliere le scarpe.
L’uomo, che in realtà è un ragazzo mal tenuto, mi guarda.
“Va bene – ripeto – grazie e buona fortuna a te” sorrido.
“Mi offri un panino?”
Gli do un ticket.
“Me ne dai un altro?”
“No. Rivuoi l’anello?” sono più esasperata che altro, detesto mercanteggiare, non ho neppure voglia di parlare.
“No. Quello è per te. Fortuna” ripete, girandosi e riprende a camminare, da solo, nel viale rovente.
Infilo l’anello e riprendo anch’io a camminare, con gli stessi dubbi di prima, guardandomi intorno, per vedere se qualcuno sta cercando un anello.
A casa lo tolgo.
Ho del verde rame intorno al dito. Mi sentirei di escludere che sia d’oro, dunque.
Nessuno lo starà cercando, in fondo mi sento meglio.
Se porta fortuna vi saprò dire.
Magari sarà una fortuna finta, solo all’apparenza d’oro.

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Vuoi tu prenderlo come legittimo sposo? NY

Che cosa pensate del matrimonio?
Non come istituzione, o non solo come istituzione insomma, ma proprio come evento.
Siete più da wedding planner o da organizzazione tradizionale fai da te, preferireste organizzare un evento memorabile a tema o qualcosa di più intimo?
Se invece ci state pensando da tempo, ma ancora non avete trovato la vostra dimensione ideale per dire sì, perchè a conti fatti:
– ci sarebbero 250 parenti da invitare, anche la più remota delle zie che se no si offende;
– non riuscite, neppure dopo ore di negoziazioni e patti bilaterali, a decidere il dove;
– avete circa 20 candidature alla posizione di testimone, ma non riuscite a scegliere;
– la scelta della bomboniera vi provoca crisi esistenziali, così come quella del vestito;
– In fondo pensate che è una cosa tra voi due, prima di tutto;
– desiderate un matrimonio che ricorderete voi, più di tutti gli invitati
forse allora vi piacerebbe sposarvi a New York.

Si parte?
L’iter è molto semplice.
Per prima cosa bisogna arrivare a New York, ça va sans dire.
L’offerta di voli per tutte le tasche è davvero ampia, con un po’ di pazienza e un minimo di flessibilità troverete senz’altro ciò che fa per voi.
Per contrarre matrimonio a New York City e’ necessario recarsi presso l’Office of the New York City Clerk (141 Worth Street, New York – tel. 212-669 2400) 24 ore prima della cerimonia per ottenere la licenza matrimoniale che ha una validita’ di 60 giorni, entro i quali dovra’ essere celebrato il matrimonio.
E’ necessario essere muniti dei rispettivi passaporti in corso di validita’ (vabbè se siete arrivati fino all’Ufficio preposto il passaporto ce l’avete per forza).
L’ufficio è aperto dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 15.45.
Dopo 24 ore l’ottenimento della licenza ci si può sposare nello stesso ufficio, alla presenza di un testimone (con documento valido).
La cerimonia è molto semplice e breve: l’officiante vi chiederà se siete davvero voi, reciterà alcune frasi di rito relativi ai poteri conferiti e bla bla e quindi vi porrà la fatidica domanda “Vuoi tu prenderlo/a come legittimo/a sposo/a”?
Commosse e consapevoli del fatto che in quella sala potrebbe essere passata anche Kerry con Mr.Big, direte sì, vi scambierete gli anelli, i baci, gli abbracci e lo scintillio degli occhi e sarete marito e moglie <3
Gli anelli, gli abiti, i fiori e il riso li potete comprare nell'Office of NY, se volete andare proprio sul pratico. Oppure portarvi il kit da sposi da casa o ancora, più divertente e romantico, cercare insieme l'abito giusto nei vari negozi vintage di New York, praticamente delle istituzioni, pieni di fascino e di moda di tutti i tempi.
Il più famoso forse è Amarcord, a Soho (252 Lafayette); ma anche il mercato delle pulci Hell's Kitchen Flea market può essere una buona idea, lo trovate il sabato e la domenica sulla 39th West Street, tra la 9ª e la 10ª strada, a Manhattan.
E’ meraviglioso tutto ciò, romantico, da romanzo, vero?

Il matrimonio è valido in Italia, se è quello che vi state chiedendo, che so che siete gente pratica.
Per poter registrare il matrimonio in Italia, occorre rivolgersi al Consolato Generale d’Italia in New York (690, Park Avenue) con la copia dei rispettivi passaporti e con il documento in originale in Extended Form (License and Certificate of performing marriage) rilasciato dal New York City Clerk, timbrato dal County Clerk (60 Centre Street, New York) e legalizzato con Apostille rilasciata dal Department of State (123, William Street, New York).
Che sembra molto complicato, ma adesso vi metto lo schema di riepilogo e sembrerà tutto molto più chiaro.

1) OTTENIMENTO LICENZA:
Office of the New York City Clerk Manhattan Office
Marriage Bureau Hours: 8:30 am to 3:45 pm, Monday through Friday
141 Worth Street, New York tel. 212-669 2400

2) MATRIMONIO:
Office of the New York City Clerk Manhattan Office
Marriage Bureau Hours: 8:30 am to 3:45 pm, Monday through Friday 141 Worth Street, New York tel. 212-669 2400

3) TIMBRO per validazione in Italia:
County Clerk 60 Centre Street, New York
TIMBRO documento in originale in Extended Form (License and Certificate of performing marriage) rilasciato dal New York City Clerk

4) APOSTILLE:
Department of State Hours 9:00 a.m.-3:30 p.m New York Department of State
Division of Licensing Services
123 William Street, 2nd floor
New York, NY 10038 Telephone (212) 417-5747

5) REGISTRAZIONE MATRIMONIO ITALIA:
Consolato Generale d’Italia in New York 690, Park Avenue

Congratulazioni! io mi commuovo sempre ai matrimoni, abbiate pazienza.
Se dovesse piovere proprio il giorno del vostro matrimonio newyorkese, sappiate che anche lì il matrimonio bagnato è quello fortunato. Rain is good luck on your wedding day 😉

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